Rio de Janeiro 2017

LdF


 NON SOLO SAMBA

Appunti di viaggio del Locanda delle Fate Farewell Tour Brasil 2017


11 novembre 2017. E’ un pomeriggio piovoso, qui a Rio. Raffiche di pioggia fanno ondeggiare le fronde. Il caldo estivo dei giorni precedenti è smorzato. La foresta che si arrampica e cinge d’assedio il Corcovado, oppure l’immenso giardino botanico, ne gioiranno.

Siamo nell’immenso camerino annesso al teatro della Cidade das Artes, un enorme, moderno complesso nella parte ovest di Rio de Janeiro. Un megalitico edificio di cemento armato nudo che fa pensare a Brasilia, la futuristica città capitale nata dal nulla. Stiamo attendendo che il nostro fonico Paolino Penna e i backliner finiscano di montare l’amplificazione.  

Ogni tanto una raffica di vento costringe un fiotto di gocce a picchiettare sui vetri. Fuori, strade larghe con lunghi serpenti di auto da e per il centro città. Sul ciglio, due enormi schermi fanno passare a loop immagini pubblicitarie. Ogni due minuti appare il nostro logo, la lucciola stilizzata inventata da Biagio Cairone, con i dettagli del concerto di stasera. E’ già il terzo giro a cui assisto, ipnotizzato come un bambino. Mi si avvicina Oscar:

«Hai visto che roba?»

«Già… », ribatto, «Chi l’avrebbe mai detto? Pensa se, quando nel 1971 fondammo la Locanda delle Fate, ci avessero detto che un giorno a Rio de Janeiro il nostro nome sarebbe andato a finire su un cartellone pubblicitario?».

«…Non solo: con noi davanti a fissarlo!», precisa Oscar.

Ha ragione, Oscar. Non l’avremmo mai, neanche lontanamente, pensato…

***

Tutto comincia cinque anni fa, quando grazie al nostro produttore di “The missing fireflies” Marcello Marinone veniamo in contatto con Gustavo De Avezedo Paiva della Masque Records.

«E’ un ragazzo serio, contattatelo pure tranquillamente», aveva detto Marcello.

Gustavo è entusiasta. Gli diamo la lista strumenti , si stimano i costi… Ci fa presente la difficoltà a reperire sponsor. Insomma, tutto va avanti per anni fino a quando lo stesso Gustavo ci dice:

«Ragazzi, ho trovato una seria organizzazione che più di me  può portarvi in Brasile. E’ il Vertice Cultural di Claudio Paula».

Contattiamo Claudio, appassionato di Prog, che subito si dimostra interessatissimo. Scopriamo che nell’impresa è affiancato da Luiz Octavio Drummond, altrettanto appassionato di Prog prima ancora che impresario. Vertice Cultural ha appena portato a Rio i Focus ed ha un nutrito portfolio in cui figurano diverse band  brasiliane di Rock Progressive, come Tempus Fugit, Vitral, Lummen, Kaizen, Recordando o Vale das Macas, Aether, Sleepwalker Sun, Unitri…  Insomma, il solito scambio di informazioni su backline, voli ed è fatta!

Lasciamo Asti per l’aeroporto di Milano Malpensa all’alba di mercoledì 8 novembre, una  fredda giornata autunnale che ci costringe nei nostri pesanti giacconi invernali, lasciati poi nel bagagliaio dell’auto al parcheggio dell’aerostazione. Royal Air Maroc ci accoglie. Due tappe: Milano Casablanca e poi via, a saltare Atlantico ed equatore in un unico balzo.

Del Brasile che sappiamo? Poco, solo qualche stereotipata nozione. Il carnevale innanzitutto... Musica? Beh, samba, bossa nova. Touinho, Joao Gilberto, Vinicio de Moraes, Chico Barque…  Poi quell’altro, spassoso, che nei ’60 era diventato popolare in Italia, quello dalla maglia a strisce e un lungo naso che canta va “O naso mio”…  Juca Chaves, ecco il nome! Per non parlare di Mersia, moglie di Trossat, il direttore artistico della nostra casa discografica, che era venuta in tour con la Locanda nel ’77 ai tempi della Phonogramania, insieme a quell’all’altra, Zezinha, la cantante-chitarrista  un po’ schizzata che una sera aveva trattenuto per una mano  Michele al momento in cui la Locanda doveva salire sul palco per avere un po’ d’erba, non rassegnandosi ai nostri precedenti dinieghi, considerando impossibile che dei musicisti rock non ne avessero con sé, come in realtà era.

Poi, che dire, i fumetti di Walt disney con  Josè Carioca. Infine il calcio, con Pelè prima di tutti, il mito di tutti i ragazzini degli anni ’60, con la Jinga, quel modo estrosissimo di maneggiare la palla. Era il sogno della Juventus, “O Rey”. Seicento milioni di lire, si diceva valesse, quando lo stipendio medio era ancora sotto le cinquantamila al mese. Poi Garrincha, Zico, poi ancora quelli venuti in Italia, da Josè Altafini, a Falcao “Re di Roma”, passando per Cerezo …

Arriviamo a Rio verso le ventitré. All’uscita, ad attenderci  i nostri anfitrioni Claudio e Luiz che non ci abbandoneranno più per tutta la durata della nostra permanenza. Ci accompagnano in quella che sarà la nostra casa a Rio: un bellissimo appartamento di 250 metri quadri situato a Copacabana, la zona più lussuosa di Rio, a due isolati dal famoso Copacabana Palace, dove c’ è passata tutta l’ Hollywood del cinema.

Siamo all’undicesimo piano. Dal terrazzo una vista fenomenale, che spazia dal Corcovado al Pan di Zucchero, fino alla spiaggia bianca immortalata in milioni di cartoline, con le piastrelle dei marciapiedi disposte a formare quelle onde scure, proprio quelle su cui ondeggiava Josè Carioca al ritmo di Brasil in un famoso cartoon della Disney.

L’appartamento è un lussuoso B&B di proprietà di Rodrigo Drummond, fratello di Luiz. Si chiama The Cow Apartment. Perché? Perché nel salone c’è appesa una mucca in cartapesta a dimensione naturale, proveniente dal villaggio olandese ai tempi delle Olimpiadi, che avevano visto impegnato nell’allestimento un terzo fratello architetto. Anche le decorazioni alle pareti, frutto di amici artisti, fanno capire che ci troviamo nel mondo del design. Ci sono cinque camere da letto; non c’è che da dividersi e dormire. C’è spazio per sfruttare il wi-fi e chiamare casa, oppure dedicarsi alle mail.

L’indomani è giorno di turismo, ma non per tutti: Claudio e Paolino Penna, ci lasciano per andare a visionare il backline dei due teatri, Teatro Municipal de Niteroi e quello di Cidade das Artes.

Fa caldo come da noi a luglio; pantaloni corti e maglietta sono d’obbligo. In più c’è un tasso di umidità prossimo al 100%. Mi lavo una maglietta, la stendo, ma neanche dopo due giorni sarà perfettamente asciutta.

Luiz e Rodrigo ci accompagnano invece  prima a fare le foto su un promontorio dove si gode una vista incomparabile sulla spiaggia di Ipanema, poi a pranzo al Fellini, un bel ristorante ispirato al regista italiano. Il proprietario è un nostro fan, siamo suoi ospiti. Gli firmiamo un CD, dopo le immancabili foto ricordo. Poi, ci accompagnano al Corcovado, dove ci lasciamo travolgere dal panorama mozzafiato. Fa caldo, il sole è cocente ed accecante. Le gola sono riarse, ma le bibite Guaranà del baruccio in terrazza spengono l’arsura.

Si ritorna al Cow Apartment, dove i tastieristi devono memorizzare i loro soliti suoni sulle tastiere noleggiate. Sono modelli diversi da quelli che usano abitualmente, ci vuole tempo e calma. Non per niente sono state richieste il giorno prima del concerto.

La spiaggia di Copacabana con le sue bellezze (nel senso più universale che il termine comporta) sono a due passi. C’è chi, come Max, non resiste a e si dedica a un po’ di Jogging. Più in là, tutti i locandieri ci andranno; magari a prendere il sole in spiaggia sorseggiando una caipirinha, oppure a fare un tuffo oppure semplicemente a fare due passi sul marciapiede a onde scure  fino a Ipanema.

Claudio e Paolino ritornano dal loro giro che è già quasi sera. Paolo ha visionato tutto. E’ una persona meticolosa e fidata, se si dichiara fiducioso sulla buona riuscita dei concerti gli si può credere. Si cena in un ristorante sul lungomare, poi tutti a nanna a dormire il sonno del giusto.

L’indomani, giorno del concerto a Niteroi ci vengono a prendere a mezzogiorno. Il teatro è un edificio storico risalente al 1842. I suoi arredamenti interni ricordano quelli visti in qualche film ambientato nel vecchio  west, oppure  in Georgia ai tempi di Via col Vento.  Il personale è impeccabile. I camerini old-style ci accolgono. Di fianco, una piccola cucina dove una donna dai lineamenti che lasciano trasparire i tratti appena sfioriti di una stupenda ragazza creola sta cucinando un minestrone da cui si spandono effluvi invitanti. Sembra di ceci e fagioli, qualcosa che ricorda la Cisrà di nonna Adelaide. La gusteremo più tardi.

Arriva un tizio con due grandi custodie da basso. E’ un bassista, si chiama Jorge Carvalho. Suona in una progband brasiliana, gli Arcpelago E’ lui che mi cederà uno dei suoi Rickenbacker.

«Te ne ho portati due, scegli tu».

Troppa grazia Sant’Antonio! Scelgo quello che più assomiglia al mio 4001. E’ un 4003 dall’action perfetta. Noto che le corde sono nuove, Jorge le ha appena montate per l’occasione. Ringrazio l’amico, che si ripresenterà nuovamente l’indomani nella seconda venue, sempre con il basso prescelto. Mi regala un CD della sua band: lo sto sentendo mentre scrivo queste righe. E’ un disco per lo più strumentale che si lascia piacevolmente ascoltare. Rifletto come il prog sia un linguaggio universale in cui è facile ritrovarsi: in tutti c’è qualcosa di tutti, come fossimo tutti figli della stessa madre.

Il soundcheck scorre senza intoppi. L’ora X sta per arrivare. Il teatro è gremito all’inverosimile. Ai camerini arriva il vociare dell’ingresso. Sbircio da una finestrella e vedo il tavolo del merchandise letteralmente preso d’assalto. Abbiamo portato un centinaio di item dall’Italia, tra vinili, CD e DVD. Forse sono pochi, pensiamo. Infatti, lo scopriremo poi, andranno esauriti.

Arriva un sacco di gente che l’organizzazione ci presenta: a volte si fa fatica ad individuarne il ruolo. Arriva un bel giovane e ci viene presentato: è lui, Gustavo, il primo artefice della nostra avventura in Brasile. Si vede che è una bella persona, esattamente come l’aveva descritto Marcello Marinone. Ha un aspetto ieratico, ma ti fa le feste come un bambino al compagno del cuore. Come tutti quelli che conosceremo, è di una cordialità e simpatia disarmante. Qui la gente è calda; se ti saluta, ti abbraccia. Il contatto fisico è qualcosa di assolutamente normale, come solo i latini sanno fare; come anche noi facevamo, direi prima che globalizzazione e media riducessero i rapporti alla fredda virtualità.

Il sipario è calato. Sul suo candore viene proiettata una bell’immagine. E’ una lucciola stilizzata con lo sfondo della baia di Rio, tratta da una acquaforte di Ana Lùcia Carvalho, pittrice e moglie di Claudio. Una voce sta parlando. Si capisce solo quando pronuncia “Locanda delle Fate”. Paolino manda la solita intro strumentale con cui entriamo in scena. Si alza il sipario. Si va…

Sbirciare dietro ai fari del palco un teatro pieno zeppo di teste è sempre un bell’effetto. Se non sei scafato resti paralizzato e rischi qualche cazzata per l’emozione. Non dopo cinquant’anni…  Se ti ci abitui è un’iniezione di adrenalina che ti rizza i peli. Dopo il primo pezzo il pubblico esplode in applausi fragorosi e fischi (che qui sono di apprezzamento, non fanno rima con fiaschi come in Italia).

Cerco di dire qualcosa in portoghese; leggo da un foglio; il giorno prima Rodrigo mi ha dato qualche dritta sulla pronuncia. Leggo, ma so che per quanto riguarda la pronuncia devo apparire come ci appariva  Shel  Shapiro dei Rokes quando nei ’60 ai concerti presentava i brani in italiano.

Entra Leo ed è un’ovazione. Alla fine di “Forse le lucciole…” sentiamo che il pubblico è nostro. E’ il punto in cui l’artista percepisce che di lì in poi è tutta discesa, basta saper amministrare. Provo a dire qualcosa in inglese, ma si alza un coro di voci.

«Parla italiano… Parla italiano…».

Non ci facciamo pregare. Leo, trovandosi a suo agio, continua con il suo savoir faire da grande conoscitore delle tavole di palcoscenico. Per lui, figlio di attore di cinema e teatro, è come andare a nozze.

Il concerto scorre. Si esce, poi, richiamati a gran voce, si rientra per l’encore, che per la Locanda vuol dire “Vendesi saggezza”. E’ standing ovation. Tutti scandiscono ritmicamente “Lo-can-da, Lo-can-da”. Giorgio ne segue il ritmo battendo le mani, poi improvvisiamo qualche contorcimento a tempo.

Ritornati all’appartamento, discuteremo a lungo sull’andamento della serata analizzando cosa è possibile ancora migliorare per l’indomani. A un pubblico così ti senti in dovere di dare il meglio del meglio!

Maurizio e Paolino si lamentano del piano Roland RD800: suono troppo freddo,  metallico. Paolino ha fatto l’impossibile per darle un suono decente, tagliando le frequenze medie troppo risonanti, ma il risultato è rimasto insoddisfacente. Maurizio definisce quella tastiera con lo stesso commento di Fantozzi  a proposito della Corazzata Potemkin. Ma domani, a quanto pare, sarà sostituita con una Nord Stage 2 88. Meno male…

La fame ci assale: il vassoio con la frutta si svuota in un baleno ma non basta. Paolino trova delle uova in frigo e cucina una frittata per tutti.

L’indomani mattina, colazione alle 9 come il solito, ma Max , Oscar, Maurizio, Paolo sono già sul litorale, chi a passeggio, chi a fare il bagno, chi a prendere il sole su sedia a sdraio in affitto sorseggiando la solita caipirinha.

A mezzogiorno arrivano Claudio e Luiz con il pullmino e si va per la Cidade das Artes.

Appena inizia il soundchek ci rendiamo conto che l’acustica, almeno, per quel che sentiamo noi dal palco, è decisamente migliore del giorno precedente. Sarà per quella leggera riverberazione naturale, ma ci sembra che il nostro sound acquisti quel pizzico di solennità liturgica che ben si lega con il mood dei nostri brani.

Si parte con il solito “A volte un istante di quiete”; poi entra Leo ed è ovazione. Leo intona “Forse le lucciole non si amano più” e, appena si spegne l’accordo finale, accade ciò che mai era capitato prima di allora: il pubblico plaudente si alza in piedi e insiste in quel lungo, inusitato applauso. Forse un’iniezione da 50 ml di adrenalina non produrrebbe più eccitazione.

Di lì in poi il concerto scorre liscio. Sicuramente uno dei migliori concerti della Locanda delle Fate, se non finora il migliore in assoluto.

Usciamo di scena per rientrare, richiamati dai fan, per l’encore di “Vendesi saggezza…”, la eseguiamo ma il pubblico non si placa ancora… Allora facciamo, per la prima volta nella storia della Locanda,  un bis di un pezzo già eseguito: “Forse le lucciole non si amano più…”. E’ un trionfo.

Posati gli abiti di scena, ci trasferiamo nello spazio riservato agli autografi e troviamo nuovi amici, ma anche alcuni già visti i giorni precedenti. Nuovamente, grande calore da parte di tutti: firme su biglietti, CD, DVD, magliette ma anche sui biglietti della serata, sui libretti del concerto, sulle magliette con il nostro logo.

Si discute anche di musica…

«Di gruppi italiani, chi conoscete?», chiedo.

«PFM, Banco, Le Orme, Osanna…».

«Conoscete i Pooh?». Non so perché lo chiedo, forse perché con loro dividemmo il palco all’Italian Progressive Rock Festival di Tokio nel 2012.

«Come si scrive? fai lo spelling…».

Lo faccio ma la faccia con l’espressione a punto interrogativo rimane.

Dalla parte di Rio in cui il teatro è ubicato, per rientrare al Cow Aparment di Copacabana occorre attraversare una parte della città, quella delle favelas, dove, ahimè, nelle ore tarde si possono fare brutti incontri. Chiedo se non è possibile bypassare la zona a rischio ma mi viene spiegato che non c’è possibilità. Il Brasile è terra dalle tinte forti, sia nel paesaggio che nei risvolti sociali.

Claudio e Luiz, che sono responsabili anche della nostra sicurezza, per precauzione hanno prenotato delle camere in un albergo poco distante da Cidade das Artes. Anche loro si fermano lì, con amici e famiglia. Ritorneremo poi a giorno fatto al nostro appartamento.

Prima di andare a letto, però, ci trasferiamo in un bel ristorantino poco distante, dove si degustano a quattro palmenti le squisitezze brasiliane. Una curiosità: la maggior parte dei piatti sono per due. “To share”, quindi. In più sono estremamente generosi! Paolino non se ne accorge e ne ordina uno tutto per sé: il cameriere ogni momento gli travasa bistecche, riso e chissà che verdura dal piatto di portata al suo. Paola arranca, ma è una buona forchetta; in più, è giovane, così resiste strenuamente all’attacco.

In hotel c’è chi fa le ore piccole a giocare a bigliardino e a calcio balilla. A quest’ultimo gioco,  si simula l’incontro Italia-Brasile dell’82. Ogni volta che i miei compagni segnano si esulta con “Paolo Rossi  1”. “Paolo Rossi 2”, e così via.

Si rientra al Cow Apartment, poi, per il pranzo, si va nuovamente al Fellini. L’aereo partirà a mezzanotte, c’è tempo per un pomeriggio  libero. Ci si rituffa sulla spiaggia a prendere l’ultimo sole prima di far ritorno al nostro rigido autunno. Arrivano le 20, l’ora della partenza per l’aeroporto.  I nostri amici ci accompagnano; non solo all’aerostazione, non solo al desk del check in, ma stanno con noi finché non oltrepassiamo il gate dei controlli.

Ci salutiamo come si salutano i vecchi amici. Perché è così. Di veri amici si tratta, non di organizzatori. Le belle persone, i galantuomini, si fiutano tra di loro e sanno riconoscersi al primo contatto. Così è capitato a noi con loro e  speriamo che altrettanto sia capitato a loro nei nostri confronti. Gli addii sono tristi, anche se ci si ripromette di ritrovarsi.

Saudade, ecco la parola sentita, prima da Rodrigo, poi da Ana Lùcia. Loro dicono sia intraducibile; non saprei se in italiano abbiamo un unico termine per esprimere quello stato d’animo di malinconia struggente, tristezza di un ricordo felice. In quel momento ne comprendiamo però perfettamente il significato.

Grazie a tutti gli amici brasiliani che hanno fatto sì che un sogno diventasse realtà.


Brasile, addio… Saudade.

© locanda delle fate - all rights reserved              Privacy & Cookies